Articolo di Fausto
Moroni pubblicato su "Tutti Fotografi"
La fotografia digitale ha invaso ormai il mondo
dell’immagine. Lo si voglia o no, è questa
la realtà. Altrettanto reale, e acceso, è
però anche il dibattito che vi ruota attorno.
Contrari, favorevoli, scettici, fiduciosi. Le opinioni
ci sono ancora tutte, ma il futuro sembra già
scritto e punta inesorabilmente verso il digitale.
Quella che segue è un’opinione forse fuori
dal coro, sicuramente lontana dalle linee commerciali
attuali su cui viaggia il mondo della fotografia.
È sufficiente, infatti, sfogliare una qualunque
rivista del settore per rendersi conto che le pagine
pubblicitarie sono per una percentuale molto alta
dedicate al digitale, addirittura in televisione,
in prima serata, ho visto pubblicizzare una fotocamera
reflex digitale! Comunque credo che ancora sia giusto
discuterne, un po’ per tentare di “re-indirizzare”
questo futuro, un po’, nel caso non dovessimo riuscirci,
per accettarlo con consapevolezza e cognizione di
causa.
È bene chiarire che una presa di posizione
generica su questa ormai non più nuova tecnologia,
ovvero senza considerare i diversi generi fotografici,
sarebbe un errore gravissimo, e, sebbene le leggi
del mercato a volte non permettano un tale lusso,
qui si discute di fotografia e allora non poniamoci
limiti e facciamo tutti i distinguo che riteniamo
necessari.
La fotografia digitale, e questo è ormai
fuori di dubbio, ha dei vantaggi enormi in certi
settori e precisamente in quelli in cui è
assolutamente necessaria la massima velocità
di trasferimento dell’immagine da un capo all’altro
del mondo. L’analogico, qui, ha già perso
da tempo! Ma esistono altri settori in cui la partita
non è affatto finita, e mi riferisco alla
fotografia naturalistica e di reportage di viaggio,
generi di cui mi occupo personalmente e sui quali
vertono principalmente le considerazioni che seguono
e che ho sentito la necessità di esprimere
dopo aver attentamente e con interesse letto il
numero di aprile di “Tutti Fotografi”,
Nonostante i progressi della tecnologia digitale
abbiano portato a risultati impensabili fino a qualche
anno fa, siano rapidissimi e apparentemente inarrestabili,
io mi pongo una domanda: i risultati attuali e quelli
prevedibili saranno sufficienti per le esigenze
della fotografia naturalistica e di reportage, o
i fotografi naturalisti e di reportage si dovranno
adattare ai canoni del digitale perché questo
si sarà impadronito del mercato e non sarà
più possibile scegliere il formato su cui
registrare le proprie immagini? Il punto focale
credo sia questo e su questo si gioca il futuro,
ma non della partita fra digitale e analogico, ma
di una partita molto più importante, ovvero
quella che ci vede protagonisti della interpretazione
e rappresentazione della natura, o, se si vuole,
della realtà!
Nella fotografia naturalistica giocano un ruolo
molto importante non solo la nitidezza e la possibilità
di effettuare ingrandimenti considerevoli, ma anche,
e soprattutto, la qualità dei colori, dove
per qualità dei colori si intende la possibilità
del supporto che utilizziamo per registrarli di
esprimerne al meglio la gamma dinamica, i dettagli,
le tonalità, le sfumature, ovvero tutte quelle
caratteristiche che rendono le manifestazioni della
natura che fotografiamo quello spettacolo che poi
siamo soliti ammirare nelle stampe di migliore qualità
o nei diaporama. Ebbene tutto questo, oggi, a mio
avviso, è ancora prerogativa della fotografia
tradizionale. Ma per quanto lo sarà ancora?
Per quanto tempo il fotografo naturalista resterà
immune dal “virus” del digitale? Fintanto che i
prezzi erano elevatissimi l’immunità era
garantita. Così come era garantita, di conseguenza,
la qualità.
Ma oggi che i prezzi tendono ormai ad abbassarsi
sempre di più il rischio aumenta. Cominciano
a diventare più abbordabili, infatti, le
reflex digitali ad obiettivo intercambiabile con
sensori dotati di un numero di pixel sempre più
elevato e questo tenderà ad attrarre verso
il mondo digitale una nuova e ampia fetta di potenziali
consumatori, i prezzi si abbasseranno ulteriormente
e l’idea che la fine della pellicola si stia inesorabilmente
avvicinando diverrà sempre più realistica!
In altre parole, si aprirà un panorama nel
quale il digitale riuscirà a sostituire in
tutto e per tutto l’analogico, sia nella grande
distribuzione che a livello professionale. Il fotografo
naturalista, pur avvertendo questa tensione, saprà
reggere alle lusinghe del digitale o si lascerà
travolgere da questo fiume in piena, contribuendo
così alla fine dell’analogico? Qualche professionista,
come abbiamo letto nel numero di aprile di “Tutti
Fotografi”, lo ha già fatto.
Per fare un paragone estremamente chiaro perché
ormai sotto gli occhi, o meglio, le orecchie di
tutti, si può ipotizzare che anche in campo
fotografico si verificherà quello che è
avvenuto già da anni nel mondo dell’alta
fedeltà musicale, in cui il cd ha sostituito
letteralmente il vinile. Diventa quindi plausibile
pensare, in un prossimo futuro, a fotoshows in cui
la pellicola, alla stregua del vecchio 33 giri,
sarà appannaggio solo di una piccola nicchia
di nostalgici amatori ancora in grado di apprezzarne
la maggiore qualità. Se così sarà,
le pellicole saranno sempre più introvabili
e i costi saliranno alle stelle, così come
è successo per gli LP.
In una recente manifestazione in cui si presentavano
nuovi e sofisticati prodotti dell’alta fedeltà
ho assistito ad una scena significativa: in una
sala d’ascolto perfettamente insonorizzata è
stato fatto ascoltare lo stesso brano prima partendo
da un supporto analogico, utilizzando come sorgente
un giradischi tra i più sofisticati e costosi
esistenti oggi in commercio, poi da un supporto
digitale accoppiato ad una altrettanto validissimo
lettore (preamplificatore, finali e casse acustiche
erano ovviamente gli stessi), quindi è stato
chiesto agli ascoltatori quale sonorità consideravano
migliore. Il giudizio è stato unanime, tutti
avevano apprezzato maggiormente il suono registrato
e riprodotto su supporto analogico, più vero,
più caldo, più vivo, più naturale
di quello registrato su supporto digitale, per quanto
perfetto potesse essere quest’ultimo. Dopo poco
ognuno ha però pensato di non possedere più
un giradischi già da molto tempo.
Dovremo, come per la musica, anche per la fotografia
aspettarci questo futuro? Andare, fra una decina
d’anni, o ancor meno, ad un fotoshow, entrare in
una sala perfettamente buia e vedere prima una slide,
proiettata su un grande telone perfettamente bianco
e poi, la stessa immagine ripresa in digitale, riprodotta
in un altrettanto grande e ultrapiatto monitor al
plasma, per accorgerci, alla fine, di apprezzare
di più la diapositiva perché i colori
sono più veri, più caldi, più
vivi, più naturali, pur sapendo, ormai, di
possedere a casa un corredo completamente digitale?!
Così come ci hanno “ingannato” con la musica,
facendoci adattare ad una qualità del suono
inferiore, ci “inganneranno” anche con la fotografia,
facendoci adattare lentamente ad una qualità
di immagine minore, mascherata, questa volta, da
milioni, milioni e milioni di pixel a costi sempre
più bassi?
Queste parole possono sembrare ipercritiche nei
confronti del digitale, in realtà però
non è questo il messaggio che voglio comunicare.
Tutt'altro. Sono ben consapevole dei pregi della
nuova tecnologia e non voglio affatto smentire l'opinione
che rilasciai a "Tutti Fotografi" pubblicata
nel numero di febbraio
2003, tuttavia ritengo che nel mondo della fotografia
naturalistica e di reportage il digitale non sia
adatto, e non per un preconcetto, ma semplicemente
perché le infinite sfumature dei colori della
natura sono meglio e fedelmente registrabili dalla
pellicola piuttosto che dai pixel, basti pensare
al vecchio Kodachrom 25 o alla recentissima Fuji
Velvia 100 F.
Il mercato, al contrario, a parte qualche eccezione,
è lanciato invece sul digitale. Ed anche
sulle riviste compaiono sempre più spesso
foto naturalistiche, o di reportage, scattate con
questa tecnologia, vuoi per pubblicizzare quella
data fotocamera, vuoi per presentare nuovi articoli.
Il mio "timore" è, quindi, che
con l'abbassarsi dei prezzi in rapporto al numero
dei pixel e con l'aumento delle immagini digitali
stampate sulle riviste si abbassi, lentamente ma
inesorabilmente, così come è accaduto
nel mondo dell'alta fedeltà, anche la nostra
capacità di distinguere il diverso livello
di qualità dei due supporti, che, checché
se ne dica, non è affatto comparabile. In
altre parole ci abitueremo ad interpretare la natura
con i colori che non sono i suoi, digitali, e forse
non saremo neanche più in grado di ricordare
i rossi del Kodachrom o i verdi e i blu della Velvia.
In altre parole, è perfettamente inutile,
e direi controproducente in termini generali, che
si possano stampare immagini delle dimensioni di
un poster da foto riprese con fotocamere digitali,
se poi la profondità, la tonalità,
la vivacità, e la fedeltà dei colori
non è vera, calda, viva e naturale come nella
realtà, e come è in grado di renderla
solo ... la pellicola!